sabato 17 dicembre 2011

"Più fallisce e più riesce"

Giacometti MI parla.
Un' inter-vista: uno scorcio intimo dell'artista e della sua arte.


Traduco qualche frase emblematica per ogni video, nel tentativo di denaturare il meno possibile il pensiero.

"Mi ricordo esattamente il giorno nel 1945, quando ero al cinema a Montparnasse, non vidi più le immagini sullo schermo ma solamente dei punti che si muovevano. E le persone sedute vicino a me, era come se le vedessi per la prima volta, come se, veramente, vedessi il mondo esteriore per la prima voltasenza il velo che esisteva fino a quel momento la. Fu a partire da quel momento che evidentemente ebbi il bisogno di toccare, di rendermi conto, dunque di fare della pittura, della scultura e le cose che faccio.
E allo stesso tempo, so che non potrà mai che essere un fallimento. Ma in realtà, non è che attraverso il fallimento stesso che ci si può avvicinare un po'. Quindi il fatto di riuscire o fallire, non ha più alcun senso. In fondo non lavoro che per me, per sapere un po' meglio quello che vedo."


"Fino ad ora non ho ancora incominciato, non ho mai toccato il cuore. Allora, una volta che sarà cominciato, sarà praticamente finito."

"Ho incominciato a fare della scultura perchè era il campo che comprendevo meno, e tuttora non so nulla."


"Ieri, vedendo l'esposizione, la trovai molto molto carina, momentaneamente comunque. Troppo bella. Allora, questa cosa mi inquieta un po'. Perchè se resto così contento come ero ieri, questo significhererebbe, in contraddizione con ciò che penso solitamente, o che non ho più un senso critico, o che ho raggiunto la tappa, e quindi che non mi resta in ogni caso più nulla da fare."

"In una qualche maniera non è ancora incominciato..."


"Per me l'arte non è altro che un mezzo di toccare, di sapere come vedo il mondo esteriore. E' il soggetto che conta."

"Non ho più potuto ricominciare a dipingere dal vero dal giorno in cui ho avuto una nuova visione del mondo esteriore, quando non ho più creduto alla visione fotografica."

"Ho sempre l'impressione o il sentimento della fragilità degli esseri viventi, come se si dovessero sostenere ad ogni istante. Serve un'energia formidabile perchè possano sostenere dall'inizio, istante per istante, sempre, il rischio di crollare."

"In un certo senso credo che quando si faccia della scultura, della pittura o qualche altra sorta di queste attività è sempre per donare una certa permanenza a ciò che fu."

"Il motore per il quale si lavora è sicuramente per donare la permanenza a ciò che accade."


"Tutti abbiamo il bisogno, quando facciamo un viaggio o una serata con qualcuno, di raccontarlo, giusto? Il fatto di raccontare è già ricreare. Sarebbe a dire che sotto un certo punto di vista tutti facciamo dell'arte, no? Reinventiamo le storie.
Se il bisogno di guardare le cose è più grande, vuol dire che si è più sensibili alla fragilità, e quindi si è obbligati a scriverla, sennò si dipinge o si suona... Già il fatto di raccontare è donare una realtà."

"Per me non si tratta più di donare una permanenza a una faccia, ma di saperla fare."

giovedì 15 dicembre 2011

Esplorazioni dell'infinito


 "L'ultimo passo della ragione, è il riconoscere che ci sono un'infinità di cose che la sorpassano."
 
Blaise Pascal

















Litografie di Maurits Cornelius Escher

domenica 11 dicembre 2011

L'istante di Henri Cartier Bresson

“ Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento” così Henri Carter Bresson si esprimeva. Ebbene è proprio quel momento, quell’istante ricercato ma mai prevedibile che sarà sempre al centro della sua opera.
Su di uno sfondo fatto di forme geometriche e regolarità, vi si trova sempre un motivo di rottura, che ci ricorda che non tutto è prevedibile e programmabile, ma anzi la casualità e la coincidenza spesso riescono a vincere sull’ordine donando di nuovo senso l’intera esistenza.


Così alla geometricità di una scala a chiocciola che precipita a vortice, si affianca l’elemento casuale del ciclista,che fugge. L’istante è ciò che dona significato:le rette della rastrelliera della scala sono riprese dai raggi della bicicletta, accompagnano in entrambi i casi la forza circolare dei due soggetti. Una forza che nel caso della scala è centrifuga, mentre nel caso della fuga del ciclista è centripeta. Senza il passaggio del Caso questa foto si sarebbe risolta solamente in un ottimo scorcio, invece ora vi è un significato più profondo che si mostra all’osservatore.

Anche in questa seconda foto l’istante si rivela essere il vero protagonista: lo scatto fotografico ha immortalato la leggerezza del passo, una corsa sospesa su di uno specchio d’acqua. E non è finita qui, quando ci si accorge che il salto dell’uomo è ripreso dal cartellone sullo sfondo, il nostro occhio si rende definitivamente conto di quante visioni non riuscirà mai a cogliere se non grazie al fermoimmagine che solamente una fotografia è in grado di fornire. Anche la scritta “Railowsky” è significativa: “Rail” come ferrovia, che richiama la scala-binario posata sullo specchio d’acqua, e “Sky” come cielo, dove ha luogo il “volo” dell’uomo. Molti altri elementi della composizione sarebbero da notare: le lamiere in primo piano che formano delle forme geometriche emblematiche, una “C” ed un cerchio che ricorda un monocolo; un altro uomo di spalle disinteressato a quell’istante che non può percepire, perchè troppo veloce, assorto in altra visione.

 

Da ultimo, quest’immagine strepitosa che ancora una volta ci fa assaporare l’eleganza della coincidenza. Già l’ambientazione gioca un ruolo fondamentale: la verticalità ed il parallelismo degli elementi sembrano essere stati disegnati su tela da mano umana. Ma concentriamoci sulla figura umana. Il signore che cammina sulla riga bianca è Alberto Giacometti. Non è assolutamente secondario sottolineare la sua identità, egli infatti fotografato in quell’istante, mentre cerca in qualche maniera di ripararsi dalla pioggia, sembra quasi riprodurre una delle sue creazioni, quasi si mettesse in posa, quasi a voler dire “l’uomo che si trasforma in opera” dove il “si” è un riflessivo, con le sue stesse mani. Notiamo anche che la forma triangolare del cappotto usato come riparo, è ripresa dal cartello segnaletico. Ultima (ma anche no!) ed illuminante folgorazione regalo di Cartier Bresson: il fotografo dell’istante emozionante.

giovedì 8 dicembre 2011

Emma

"Come se la pienezza dell'anima talvolta non traboccasse attraverso le metafore più vuote perché nessuno, mai, riesce a dare l'esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un paiolo fesso su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle."

Mi è capitato infine di terminare quel bellissimo libro, nonchè mio prediletto fino ad ora che parla di Emma. Vorrei proprio averlo letto assieme a te, sotto una calda copertina, sorseggiando un tè, e rosicchiando delle castagne dorate. Comunque me lo sono gustato anche senza questa situazione idilliaca. Eccome se me lo sono gustato! Mi sembrava proprio di essere lì accanto a lei, di seguirla da vicino in tutte le sue mosse, e talvolta questa vicinanza si faceva talmente sottile da non essere più riconoscibile, era come se io mi mischiassi a lei. Una delle cose che più mi facevano fantasticare erano i viaggi del mercoledì di Emma, quando, con la scusa di dover andare a prendere delle lezioni di piano a Rouen, partiva da Yonville con la carrozza "Hirondelle" per andare a trovare il suo amante. Che gioia era per lei! Scappava da quella crudele monotonia, quella noia massacrante. Andava incontro alla vita, alle sensazioni, alle emozioni, all'amore.

 "Ma un infinito di passioni può concentrarsi in un attimo come una folla in un piccolo spazio."

E. Munch, Pubertà
Eppure erano proprio quelle fughe liberatorie che la facevano ripiombare ancor più pesantemente nell'ordinaria vita di tutti i giorni. Già perchè cosa c'è di peggio del termine di un piacere? Quando sai che oramai tutto è finito e devi ritornare alla normalità. Ti viene rubato improvvisamente, senza preavviso, quell' abito di spensieratezza, e così ti ritrovi nuda, senza più nulla perchè sotto non avevi nessuna sottoveste. L'unica via possibile di sopravvivenza è fantasticare, creare un mondo alternativo a quello reale, fatto di illusioni e di perfezione. Tutto ciò in attesa del prossimo appuntamento col piacere. Così faceva Emma! Sognava in ogni istante il prossimo incontro con Léon, caricandolo di aspettative celesti. Eppure, come ben sai, alla lunga questo distrugge. A forza di idealizzare le situazioni, capitava che alla fine Emma si schiantasse contro la realtà. Si svegliava bruscamente da quel sonno che la proteggeva e la sofferenza che ne derivava era insopportabile.
Ora non le rimaneva altra via d'uscita se non la pazzia.

domenica 13 novembre 2011

La Signora ci racconta

Si aggira tra di noi una Signora eterna. Tutti noi la conosciamo, c'è chi la osanna e ne è ossessionato, chi la considera una semplice compagna di uscite, chi infine la disdegna e pensa di non averci niente a che fare. Ma in realtà siamo tutti influenzti dalla sua presenza.
L'altro giorno abbiamo deciso dia andare a trovarla nel suo Palazzo, per farci raccontare un po' la sua storia...

"Tanto tempo fa frequentavo solo la nobiltà, mi potevate incontrare solamente ai balli o ai ricevimenti importanti, nelle regge o a teatro. Avvolgevo rotondità e morbidezze, tentando in ogni modo di rendere la figura più apprezzabile all'occhio dell'uomo, il mio giudice supremo. Adoravo sfoggiare la mia ricchezza per dimostrare a tutti il mio valore e il mio prestigio: pizzi, merletti, pietre preziose, tessuti pregiati mi accompagnavano in ogni dove.
Tra le due Grandi Guerre ci fu un grande cambiamento nel mio essere. I miei principi ispiratori erano ordine e disciplina. Il mio scopo ora non era più compiacere l'uomo, ma soddisfare tutti i miei ammiratori in generale: uomini e donne. Questo fu anche il periodo in cui cominciai i miei primi approcci con dei nuovi interessanti giovani, certo meno ricchi e sofisticati, ma che mi portarono nuove idee da cui prendere spunto e pian piano rivoluzionarono il mio stile.
Fu proprio infatti poco tempo dopo che questi nuovi giovani diventarono letteralmente una mia nuova anima, accanto alla mia indole snobistica se ne affiancava un'altra più popolare. Mi ero affezionata a questi nuovi ammiratori e volevo in qualche modo ripagarli del loro nuovo affetto. Capitò poi che mi avvicinai ai circoli più alternativi, poi a quelli più culturali e così via... Ciascuna di questa categorie mi donava qualcosa e io a sua volta li rigraziavo custodendo per ognuna di loro una piccola parte della mia anima. Fu così che diventai quella che sono ora, una Grande e Vecchia Signora, dalle infinite sfaccettature, come un caleidoscopio dai mille colori. La mia missione è trovare il modo di soddisfare chiunque, ed essere un modo di trasmettere la propria personalità."









Venaria Reale, Torino 2011

martedì 18 ottobre 2011

Un nero manto di Blatte

Oggi mi sento in vena di immagini schife.
Così pensando e ripensando a quale fosse la cosa più viscida, nauseabonda e stomachevole da proporti ho pensato allo Scarafaggio.

Già il nome fa raddrizzare i peli. E sai qual'è il suo nome scientifico? Blattodea. Bleah.

Ventre molle e arcuato. Corazza nero-bluastra. Occhi a fessura lucidastri. Cornetti serpentini.  Le sue zampettine punzecchianti stanno calpestando tremolanti la tua schiena. Esce un liquido bianco, colloso.
MA TU DORMI.
Non ti accorgi che stanno arrivando nuovi insettini, tanti, tantissimi. Iniziano a squittire come topi. Sei svegliata da quell' acido cigolio . Non hai ancora aperto gli occhi, ma hai già un gusto irrancidito in bocca, di uovo marcio.
APRI GLI OCCHI.
Dieci, venti, cinquanta, cento, mille scarafaggi davanti a te.
HAI PAURA.
Salti giù dal letto. Un fragorio di spiaccicamento. Un gemito di morte. I tuoi piedi poggiano su di una distesa di denso latte nero. Ma è un latte che puzza di marcio, e si muove. Sale per le tue gambe e ti sporca. Una putrescenza totale ti invade la bocca.
Cerchi di liberarti da quell'inferno ma è un infinito mare di blatte: "nero come l'inchiostro, e di una lucentezza funebre".
Una quantità sterminata di scarafaggi, tanto fitti da non lasciar occhieggiare il suolo di sotto. Si sente distintamente il rumore dei loro gusci. Urtati dai tui piedi. Lentamente, a fatica, avanzi. E subito le blatte si richiudono sul tuo passaggio.
NON HAI SCAMPO.

Ora che sei nell'umore di schifo, ti spiaccico qui le foto che abbiamo fatto ieri agli Scarafaggi.
E vedrai quanto schifo ti faranno, ancor di più.


Nuove conoscenze per Ludo

Angolo comodo
In fila indiana
Traffico

 Installazione: "La Vergine degli Scarafaggi, 2011, Emilio Isgrò"